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Acque
minerali, un affare (solo per i produttori)
Ogni regione stabilisce tariffe diverse. Un euro per ettaro in Puglia, 567
nella pianura veneta
Il ciclo-sommozzatore Vittorio Innocente, per guadagnarsi un posticino nel
libro dei record, ha pedalato bombole in spalla a 52 metri di profondità
sul fondo del mare. La Regione Toscana, per mettere a segno un primato
mondiale, cede le sue sorgenti ai produttori di acqua minerale, che ne
ricavano 75 milioni di fatturato l’anno, per 197 mila euro, tutto
compreso: lo 0,26% degli incassi finali delle bottiglie toscane. Uno
spreco di risorse pubbliche catastrofico. Comune a un po’ tutte le
regioni italiane. I segnali che qualcosa non andasse per il verso giusto,
nel settore, c’erano da tempo. Ad esempio, una scandalizzata relazione
della Corte dei Conti di Torino che denunciò l’anno scorso come le
province piemontesi, fatta eccezione per Biella, non si fossero prese la
briga di rispondere a tutte le domande poste dall’organo regionale di
giustizia contabile sulle 55 fonti d’acqua da imbottigliare (più 5
termali) date in concessione. Dai dati, frammentari e confusi, una cosa
emergeva con estrema chiarezza: «L’ammontare delle entrate è
assolutamente irrilevante e sicuramente insufficiente a coprire i costi di
gestione».
I numeri biellesi dicevano tutto: l’attività di vigilanza e la
parallela attività di polizia mineraria sulle tre concessioni e i due
permessi di ricerca avevano richiesto il lavoro di funzionari, geologi e
ingegneri per una spesa complessiva di 30.531 euro. Contro un incasso,
grazie ai canoni, di 8.625. Risultato: 21.906 euro delle pubbliche casse
perduti in una sola, piccola provincia e calcolando il solo costo del
personale delegato a occuparsene. Un affarone. Tanto più se rapportato a
quello che c’è in ballo.
Nessuno al mondo, da Bahia al golfo di Anadyr, consuma tanta acqua
imbottigliata quanta noi italiani: ne beviamo 182 litri a testa (41 più
dei francesi, il quadruplo degli americani) assorbendo quasi l’intera
produzione nazionale, che l’anno scorso ha sfondato gli 11 miliardi di
litri con un’impennata dell’8,2% sul 2002. Il quale già era da
record, visto che da una decina di anni il mercato è in inarrestabile
espansione (88% di crescita dal 1990) nonostante tutto.
Nonostante le indagini, come quella del procuratore aggiunto di Torino
Raffaele Guariniello, sulla composizione non sempre eccellente (anzi)
delle bollicine. Nonostante le ripetute dimostrazioni che in una
larghissima parte dei casi l’acqua imbottigliata è peggiore di quella
del rubinetto. Nonostante le denunce sui giornali e in tivù di acque
imbottigliate a fonti inquinatissime. Quale sia il business, nel suo
complesso, è difficile da dire: almeno 2 miliardi di euro. Che vengono
spartiti tra 160 imprese che immettono sul mercato 280 marche differenti e
danno lavoro a circa 7 mila dipendenti più oltre 30 mila nell’indotto.
Tante aziende piccoline e pochi colossi. Che però si sono ritagliati le
fette più grandi della torta: Nestlè (26% con Pejo, Levissima, San
Pellegrino, Panna, Recoaro...), San Benedetto (19% con Guizza, Nepi, San
Benedetto...), Danone (9% con Ferrarelle, Vitasnella, Santagata...) e
Co.ge.di (8% con Uliveto e Rocchetta).
Un mercato enorme. Eppure, denuncia Legambiente che si è fatta carico di
una inchiesta a tappeto per raccogliere (era ora...) i dati regione per
regione, «il comparto è tuttora in larga parte governato da un regio
decreto del 28 settembre 1919». Una legge vecchia come il cucco, che è
stata solo qua e là aggiornata su questo o quel punto specifico. Col
risultato che ogni regione concede le proprie sorgenti a tariffe talmente
diverse da offrire nell’insieme un quadro surreale.
Qualche esempio? In Abruzzo, spiega l’inchiesta, «per accaparrarsi un
redditizio zampillo si sborsa - indipendentemente dalla produzione - la
somma forfettaria annua di 2.582,28 euro per le minerali e di 1.291,14
euro per le acque di sorgente (identiche a quelle di rubinetto, eccezion
fatta per l’imbottigliamento alla fonte). Sempre a prezzi da saldo gli
affitti di un gruppo di regioni dove non c’è una quota fissa, ma si
paga in base al numero di ettari assegnati per svolgere l’attività.
E’ così in Puglia (1,03 euro per ogni 10 mila metri quadrati di
concessione), in Liguria (5,01 euro), nelle Marche (5,16), in Emilia
Romagna (10,33), in Piemonte (20,65), in Sardegna (32,1), in Campania
(32,87 euro), nel Lazio (61,97), in Toscana (63,5). Un caos. Basti dire
che la Lombardia (che pure ha marcato una svolta nel luglio 2003
decuplicando i canoni delle concessioni dalle quali incassava 130 mila
euro l’anno: una elemosina) nel 2001 ha speso 26 milioni di euro per
smaltire le bottiglie di plastica. Cioè diciassette volte di più (certo:
ci sono anche le bottiglie del latte e delle bibite, ma la sproporzione
resta) di quanto incasserà col «nuovo» tariffario. Per non parlare
degli squilibri che spiccano mettendo a confronto i «canoni» più bassi,
in linea con una tradizione di sprechi e sciatterie, e quelli di chi un
aggiornamento l’ha fatto.
Come appunto la Lombardia, il Lazio o più ancora il Veneto. Il quale «dal
febbraio di quest’anno, con una deliberazione di giunta, ha portato la
tariffa della concessione a 113,34 euro per le zone di montagna e a 566,71
euro per la pianura (la metà se la produzione complessiva non supera i 50
milioni di litri). I concessionari devono inoltre pagare 65 centesimi ogni
1.000 litri imbottigliati nella plastica (diventano 6,5 centesimi quando
si usa il vetro)». Numeri a confronto: un euro per ettaro in Puglia,
quasi 567 nella pianura veneta. Parliamo della stessa Italia? Quella che
Legambiente chiama «una stangatina», tuttavia, non dovrebbe mandare sul
lastrico i produttori. Stando ai dati della stessa Regione, spiega
l’organizzazione ambientalista, le nuove tariffe sono in linea con
quanto paga ogni famiglia italiana (da 50 a 80 centesimi a metro cubo) per
l’acqua che esce dal rubinetto di casa e dovrebbero portare nelle casse
venete 1,66 milioni di euro. <
Pari «allo 0,41% del business delle acque minerali in Veneto» che può
contare su 15 marche e 400 milioni di euro di fatturato, un quinto della
produzione nazionale. Sarà anche acqua, ma in alto i calici: prosit!
Gian Antonio Stella
Corriere della sera 28.5.04
INIZIO
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Acque
minerali : convengono?
L'articolo
che segue prende spunto da una notizia comparsa su tutti quotidiani(non
sempre con la dovuta evidenza) e scomparsa rapidamente.
La multinazionale che commercia nel mondo la Coca Cola voleva lanciare
anche in Europa , ad inziare dalla Gran Bretagna, una su acqua minerale
che in realtà era solo acqua dell'acquedotto del Kent imbottigliata e per
di più trattata con una sostanza riconosciuta come cancerogena.
Una truffa commerciale e un danno per la salute dei consumatori.
E la situazione italiana? Alla fine del 2003 erano apparse notizie di
inviti da parte del Ministero della Salute a presentare nuove analisi da
parte di molte case produttrici.
Anche in questo caso l'informazione latita essendoci in gioco interessi
commerciali e pubblicitari di enormi dimensioni.
Normalmente si considera l'acqua minerale come proveniente da sorgenti di
montagna o alta collina a cui si attribuisce di per sè un valore
ambientalmente positivo, invece sono sempre di più le acque la cui
provenienza è da falde di pianura. Come avviene per la gran parte degli
acquedotti pubblici, dove però i criteri di immissione in rete sono in
alcuni casi più rigidi di quelli previsti per le acque imbottigliate.
Non ce la date a bere
La clamorosa truffa dell'acqua minerale targata Coca Cola rivela un
segreto di pulcinella: la qualità dell'acqua in bottiglia spesso è
peggiore di quella che sgorga dal rubinetto. Ma gli italiani sono i più
grandi finanziatori delle industrie delle minerali, una lobby che
influenza governi, costumi e media.
di LUCA FAZIO
La fonte è sicura. La CocaCola ha dovuto ammettere che nelle sue
bottiglie di acqua minerale Dasani commercializzate in Inghilterra non
c'era altro che acqua di rubinetto: prelevata dall'acquedotto pubblico
della contea del Kent e venduta a un prezzo 3.166 volte più elevato. Una
truffa. Per la multinazionale di Atlanta è una figuraccia mondiale. Ma è
un'altra la vera notizia: l'acqua prelevata dall'acquedotto e
imbottigliata con il marchio Dasani è buona (se non fosse che per «purificarla»
è stata addizionata con bromato, una sostanza cancerogena, e quindi
clamorosamente ritirata dal mercato). Morale: mediamente, e non solo nel
Kent, gli acquedotti forniscono un «prodotto» che non ha nulla da
invidiare alle acque minerali più fashioned.
Ubriachi di minerale
In Italia la situazione potrebbe essere anche migliore, se non fosse che
l'acqua del rubinetto a noi non piace proprio. Eppure. La legislazione
italiana ha parametri molto restrittivi per l'acqua di rubinetto (circa
200) e più generosi (solo 48) per l'acqua minerale. Un esempio su tutti:
la concentrazione massima di arsenico nella minerale fino a poche
settimane fa poteva ancora essere di 50 microgrammi/litro (tre anni fa
arrivava a 200, quando l'Oms dal 1993 ne ha fissato il limite a 10),
mentre dal rubinetto da tempo non può uscire acqua con più di 10 mg/l di
arsenico. Dunque l'acqua di casa è più sicura. E più trasparente: sulle
etichette non c'è traccia delle 19 sostanze che dovrebbero essere
controllate molto attentamente, come arsenico, cadmio, nichel, cromo
trivalente e nitrati. Quanto ai nitrati, la legge dice che per i neonati
l'acqua non può contenere una concentrazione di nitrati superiore a 50
mg/l, ma dice anche che se ne contiene fino a 10 mg/l il produttore puo
spacciarla come «particolarmente adatta per la prima infanzia».
Significa solo che è inquinata, ma meno delle altre. Eppure gli italiani
vantano il primato mondiale dei consumi di acqua minerale: 172 litri
all'anno a testa (260 euro di spesa per famiglia). Complessivamente sono
più di 11 miliardi di litri prelevati quasi gratuitamente da 180 fonti
pubbliche e imbottigliati a prezzi esorbitanti con oltre 280 marche: un
metro cubo di acqua potabile costa 43 centesimi di euro, un metro cubo di
minerale tra 300 e 500 euro.
Una legge che fa acqua
Il settore nel 2002 ha registrato un fatturato di 5.500 miliardi di
vecchie lire; con investimenti pubblicitari che non hanno uguali per
nessun'altra bevanda (290 milioni di euro), tanto che oggi passeggiare con
mezza minerale nella borsa è diventato un must per sentirsi giovane sana
e snella.Il mercato è in mano a pochi gruppi che concentrano i tre quarti
della produzione totale: San Pellegrino/Nestlé, SanBenedetto Italaquae/Danone,
Uliveto/Rocchetta, Spumador, Norda e San Gemini. Una lobby capace di «convincere»
il legislatore a tutelare più il business che la salute. Logico che con
questa capacità di spesa Mineracqua, la Confindustria delle acque,
eserciti una forte capacità di «persuasione» sui media. Esemplare
l'incidente provocato da Oliviero Beha che sulla Rai ha osato sfidare il
presidente di Mineracqua, Ettore Fortuna, il quale ha preso carta e penna
rivolgendosi alla Sipra (concessionaria di pubblicità) per minacciare di
«rivedere la nostra strategia pubblicitaria». L'opera di rimbambimento
collettivo utilizza anche metodi più sofisticati. Dunque non bisogna
stupirsi se un giornalista Rai, Alessandro Di Pietro, può intervistare
Fortuna e fare da testimonial della San Gemini. E che dire della Fiuggi,
che dopo la chiusura di un pozzo nel giugno 2003 (pieno di
tetracloroetilene) ha continuato a vendere e pubblicizzare l'acqua
Bonifacio VIII, dal nome del pozzo avvelenato?Spiace che si sia fatto
convincere da Mineracqua anche un uomo di scienza come il ministro della
sanità Girolamo Sirchia, il Torquemada del salutismo di stato che lo
scorso 23 dicembre ha emanato un decreto ministeriale a tutto vantaggio di
circa 200 marche di acque minerali, inquinate e tutt'ora nei supermercati.
Il decreto natalizio, che dovrebbe recepire la direttiva 2003/40/CE,
infatti ha introdotto una soglia di tolleranza per alcune sostanze
chimiche prodotte dall'inquinamento che prima erano assolutamente vietate.
Si tratta di un provvedimento di cui non c'è traccia nella legislazione
europea. Dunque, se già l'acqua del rubinetto era più sicura, ora è
addirittura consigliabile per non ingurgitare tensioattivi, oli minerali,
antiparassitari, policlorobifenili e idrocarburi. «Il ministro - spiega
Loredana De Petris, senatrice dei Verdi - ha introdotto una soglia di
tolleranza per alcune sostanze tossiche grazie alla quale le grandi
aziende produttrici di acque minerali possono continuare a immettere sul
mercato prodotti altrimenti fuorilegge».Ma perché lo ha fatto?
Semplicemente per risolvere una situazione imbarazzante che si è venuta a
creare in seguito a un decreto del ministero della salute del 31 maggio
2001, quello che imponeva l'assenza di sei pericolose sostanze chimiche
che sono indice dell'inquinamento della falda. Da quel momento 11 procure
hanno dichiarato fuorilegge 200 marchi (su 280) che non rispettavano gli
obblighi di legge, indagando anche alcuni laboratori di analisi
compiacenti con la lobby dei produttori. Il contenzioso adesso è chiuso e
le acque minerali inquinate sono tornate miracolosamente pure per decreto,
anche se continuano a pescare in fonti che sgorgano nei pressi di campi
coltivati, industrie o autolavaggi (in Alto Adige, Lombardia, Veneto,
Piemonte, Lazio, Molise, Puglia e Basilicata).
Un altro delitto impunito si consuma nel sottosuolo, forse il più
scandaloso. Le carte della Regione Lombardia, la regione con più fonti,
parlano chiaro: fino al 2003 le industrie pagavano l'acqua appena 0,003
lire al litro, cento volte meno di quello che un normale cittadino paga
l'acqua del rubinetto. Eppure, ironizza Ezio Locatelli, il consigliere
regionale del Prc che si batte contro l'imbroglio delle bollicine, «il
quadro normativo dice che le risorse idrominerali sono un bene pubblico,
fanno parte del patrimonio indisponibile della regione e il loro uso deve
essere improntato all'interesse pubblico». E allora non si capisce come
sia possibile che in calce alle concessioni «regalate» ad alcune famose
minerali figuri la scritta perpetua: significa che alcune multinazionali
possono accumulare miliardi vendendo l'acqua di tutti, per sempre, come la
San Pellegrino (Nestlé), una delle acque più famose nel mondo, che fino
al 2002 pagava 5 milioni e 270 mila lire all'anno per la concessione; e
fanno quasi impressione i 33 milioni e 464.500 lire all'anno sborsati per
imbottigliare la Levissima (ancora Nestlé). In Lombardia qualcosa di
buono è stato fatto. «Oltre al tradizionale canone stabilito sulla base
dell'estensione dell'area di concessione - spiega Locatelli - siamo
riusciti a imporre un importo proporzionale alla quantità di acqua
imbottigliata».
Uno scandalo perpetuo
Una lira al litro, tassa che ha fatto infuriare Mineracqua. Fatti i conti,
se nel 2001 la Lombardia incassava dalle industrie la miseria di 260
milioni di lire l'anno, da luglio 2003 incassa 1 milione e mezzo di euro.
Una miseria comunque. Tanto più che oggi le industrie pagano alla Regione
solo l'acqua imbottigliata (3 miliardi di litri) senza sborsare 1 euro per
gli altri 7 miliardi sprecati nelle fasi di lavorazione. Molto altro resta
da fare. Far pagare il prelevato e non solo l'imbottigliato, abrogare le
concessioni perpetue, adottare norme antitrust e disincentivare l'utilizzo
delle bottiglie di plastica (in Lombardia si vendono 562 milioni 891.000
bottiglie di vetro contro 1 miliardo 936.410 bottiglie di plastica). E'
assurdo poi che lo smaltimento di tanta plastica sia a carico della
collettività: la Regione nel 2001 ha sborsato 50 miliardi di lire per
smaltire bottiglie di plastica. Vuol dire che i soldi delle concessioni
delle fonti non bastano neppure per pagare un decimo di quanto occorre per
liberarsi dei vuoti (5 miliardi di bottiglie ogni anno, che arrivano sui
punti vendita con 280 mila viaggi su Tir). E chissà cosa direbbero i
consumatori se sapessero che esistono acque così scadenti che ci sono
aziende produttrici di platica che acquistano le fonti solo per vendere le
bottiglie...Quando non sono idrocarburi, capita che siamo convinti di
comprare acqua e invece ci hanno venduto solo una bottiglia di plastica.
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